Chamber Music

Musica da camera:
Joyce e la musica.

 

 

Leggere ed evanescenti, leggiadre e delicate… ciò che queste poesie intendono fare è impegnativo: esprimere un’arte attraverso un’altra. Lo scopo era quello di catturare nel loro ritmo un qualcosa della musica del flauto o del liuto, in modo diverso dalla musica verbale dei maestri lirici… queste poesie contengono, simultaneamente, sia musica vera e propria che il desiderio di musica, di quella di un’arpa suonata dal vento nella foresta di Brocéliande.

In versi dal sapore e dalla dolcezza tipici di un’altra epoca, Joyce canta del continuo venire e apparentemente inspiegabile andare dell’amore. La maggior parte non sono altro che frammenti di canzone e, per percepirne il valore poetico, bisogna prima essere pervasi dalla loro sottile musicalità. E una volta provata questa emozione, il loro valore diventa indiscutibile […].

Musica in versi. Poesie. Dolci, riposanti e sublimi.

[Autori sconosciuti. Recensioni a Chamber Music comparse, rispettivamente, nel Daily News, Glasgow Herald e Irish Daily Independent nel 1907.
Fonte: Deming, Robert (a cura di). 1970. James Joyce. The Critical Heritage. North Harrow: Vikas Publications]

 

Scritta tra il 1901 e il 1906, e pubblicata a Londra da Elkin Mathews nel 1907 – lo stesso anno in cui rifiutò di pubblicare il manoscritto di Gente di DublinoMusica da camera è una raccolta eterogenea di poesie d’amore scritte in diversi stili. Come sottolineato dalla diverse recensioni all’opera appena citate, ciò che accomuna le poesie è la loro incredibile musicalità – musicalità che non si limita ad allusioni e figure retoriche legate al suono, ma che si traduce nel loro poter essere considerate delle vere e proprie canzoni, a tal punto che, nel corso degli anni, sono state adattate in musica da una varietà di compositori e artisti.

Ma l’inserimento di motivi musicali nelle opere di Joyce si spinge molto più in là: critici e studiosi hanno infatti raccolto e catalogato, nel corso degli anni, migliaia di allusioni musicali – allusioni a cantanti, compositori, strumenti e, ovviamente, a canzoni di vario tipo – spesso fondamentali per la piena comprensione del passaggio testuale in cui sono state inserite. Tale processo si apre con Gente di Dublino, in cui l’inserimento di determinate canzoni – seppur in modo limitato, se confrontato alle opere successive – è funzionale allo svolgersi della narrazione, servendo, di caso in caso, da indizio anticipatore di determinati avvenimenti, commento all’azione o vero e proprio protagonista – si pensi, per esempio, a The Lass of Aughrim che, nel racconto “I morti”, diventa il punto di svolta della narrazione, la causa della confessione di Gretta e della crisi morale di Gabriel. In Ritratto dell’artista da giovane, Stephen  non si limita ad osservare il mondo in modo visivo, ma, da vero e proprio artista, ne coglie anche tutti i suoni, analizzandoli, elaborandoli e trasformandoli in poesia. Nell’Ulisse, gli innumerevoli riferimenti musicali non solo diventano parte integrante del processo narrativo, ma ci aiutano anche a conoscere meglio i personaggi, esplicitandone sia i gusti musicali che tutte quelle melodie che entrano loro in testa nel corso della giornata. In Finnegans’ Wake, infine, il cui titolo stesso è ripreso da una ballata popolare, l’integrazione tra testo e musica raggiunge il suo apice: oltre che scovarne le migliaia di allusioni musicali, infatti, si può anche affermare che

 

[c]oloro che hanno ascoltato Joyce leggere Work in Progress [titolo di Finnegans’ Wake mentre ancora in fase di stesura N.d.T.] a voce alta sono ben consapevoli dell’incredibile bellezza ritmica della sua tecnica. È uno scorrere continuo di musicalità che lusinga l’orecchio, che ha in sé la struttura organica di una creazione naturale e che ne trasmette scrupolosamente ogni vocale e ogni consonante […].

[da: Jolas, Eugene. 1929. “The Revolution of Language and James Joyce”. In Our Exagmination Round His Factification for Incamination of Work in Progress: A Symposium, a cura di Samuel Beckett et al. New York: New Directions]

 

Il compositore Otto Luening racconta che

 

[Joyce] aveva assistito ad una performance di Hans Zimmermann, mio studente e poi direttore dell’Opera di Zurigo, mentre dirigeva un’orchestra per cui io aveva arrangiato una sequenza di Gluck, inclusa “La danza degli spiriti beati”, il famoso assolo per flauto tratto dalla sua Orfeo e Euridice. Joyce mi confessò in seguito che, a suo parere, quell’assolo era il miglior pezzo musicale che fosse mai stato scritto. Iniziò ad analizzare il pezzo, nota per nota e frase per frase, trasponendolo letteralmente prima in flessioni di parola e poi in immagini verbali. Alla fine di quelle serata trascorsa con Joyce, avevo imparato più della relazione tra linguaggio e musica che mai prima d’ora – e più di quanto sarebbe mai accaduto in futuro.

Joyce si divertiva nel dare interpretazioni letterarie della tecnica musicale del contrappunto [termine che indica la presenza, in una composizione o in una sua parte, di linee melodiche indipendenti che si combinano secondo regole tramandate dalla tradizione musicale occidentale N.d.T]. Questa pratica si trasformò in una specie di esercizio intellettuale in cui egli affermava di utilizzare un tale espediente per i suoi scopi e alle sue condizioni.

[da: Luening, Otto. 1980. The Odyssey of an American Composer. New York: Scribner]

 

Ciò che va sottolineato, a questo punto, è che la passione di Joyce per la musica non era limitata alla letteratura. La sua vita pubblica a Trieste andava spesso a braccetto con le serate al Teatro Verdi, ad assistere a quella o a quell’opera, spesso grazie ai biglietti omaggio offerti dalla redazione de Il Piccolo; quella privata era invece scandita dalle lezioni di canto con Francesco Riccardo Sinico e Romeo Bartoli, e dalla voce di Nora che intonava My Dark Rosaleen. Si dilettava a suonare la chitarra, e spesso, come racconta Sylvia Beach, si

 

[…] sedeva al pianoforte, chino sui tasti, e le vecchie canzoni, il suo modo particolare di cantarle con la sua dolce voce da tenore, e l’espressione sul suo viso – sono cose che nessuno potrebbe mai dimenticare.

 

Per un periodo della sua vita, James Joyce fu davvero convinto di poter intraprendere la carriera di musicista – appoggiato dalla moglie Nora, scoraggiato dal fratello Stanislaus. È risaputo che queste sue aspirazioni non trovarono riscontro nella realtà, ma, nonostante tutto, non è azzardato dire che Joyce abbia trovato nella musicalità della sua letteratura un ottimo compromesso.

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